La cultura dell’agroalimentare salverà l’Italia - Il cibo non è solo cibo

- di Giovanna Angelino

Secondo l’ultimo rapporto Sace-Simest Export Karma è ancora una volta l’agroalimentare a trainare l’Export italiano e a spingere lo sviluppo economico.

Le previsioni di crescita dell’agroalimentare sfiorano il 3,8%, mentre la farmaceutica e l’abbigliamento contribuiranno in maniera molto incisiva con 3,6% e 3,4%. Mai come oggi è necessario capire quale strada prendere, e comprendere cosa vuol dire essere in Europa. Cina e America crescono in modo veloce ed aggressivo, puntando molto sulle discordie che vi sono all’interno dell’Unione europea, segno che temono l’Europa e più di tutti l’Italia. Nasce un nuovo modo di vivere il cibo, non più come semplice alimentazione ma come cultura e tradizione.

Il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, in un suo intervento alla presentazione del Rapporto  Export 2019 di Sace- Simenst ha affermato che “ L'agrifood traina l'export del made in Italy, intercettando una domanda estera di prodotti agroalimentari in crescita, nonostante le criticità e le tensioni commerciali internazionali in atto; le nostre imprese agroalimentari dovranno essere supportate ad ampliare e diversificare l'offerta e ad individuare nuovi mercati di collocamento".

Nella stessa sede Licia Mattioli ha aggiunto che "Per ridurre l'incertezza bisogna valorizzare le cose fatte bene negli ultimi anni. L'ho detto lo scorso anno e lo ribadisco anche questo, bisogna rafforzare le misure per il made in Italy", ribadendo in questo modo che il sostegno e gli aiuti al Made in Italy devono essere strutturali e durare nel tempo.

Con i grandi colossi economici che si avvicinano, con la guerra dei dazi iniziata dal presidente degli Stati Uniti d’America e con l’annunciata crisi economica già iniziata in Europa e che rischia di travolgere il vecchio continente, è necessario puntare sulla forza dell’agroalimentare. D’altra parte l’Eport italiano ha sempre dimostrato di poter superare qualsiasi congiuntura economica negativa e di fronteggiare fenomeni ben più complessi. I dati sono a nostro favore, nel decennio 2008-2018, ad esempio l’agroalimentare italiano in Giappone è cresciuto del 51%. In particolare, quest’ultimo è un mercato nel quale l’Italia ha da giocare ancora ottime carte, infatti nel febbraio scorso fra i due paesi è stato firmato un accordo, che prevede l’abbattimento dei dazi e delle barriere non tariffarie.

Nel rapporto sulla competitività dell’agroalimentare italiano – Ismea, redatto a luglio 2018 si legge: “Il 2017 è l’anno in cui l’economia italiana ha finalmente agganciato l’espansione mondiale, ma rimangono evidenti i problemi di un cammino più stentato rispetto alle altre economie europee e gli effetti collaterali di una crisi che in Italia è stata più dura e profonda che altrove. Nello specifico del settore agroalimentare non può sfuggire, tuttavia, che in questi anni il cibo e il vino, nei paesi economicamente e socialmente più sviluppati, non sono più percepiti solo come generi di prima necessità, rivolti a soddisfare il bisogno alimentare e calorico, per trasformarsi in beni di consumo complessi e multidimensionali, che all’alimentazione associano aspetti edonistici e culturali, elementi di connotazione sociale e occasioni di conoscenza. Tutto ciò rende la domanda di prodotti alimentari relativamente meno sensibile al prezzo e più elastica rispetto al reddito, generando nuove opportunità per l’agroalimentare di un Paese come l’Italia, che vanta molti prodotti in grado di soddisfare questo nuovo approccio al cibo”.

E ancora: “Sulla questione del funzionamento del mercato e dei rapporti di filiera, l’ultimo decennio ha evidenziato alcune novità che devono far riflettere. Il già richiamato effetto delle anomalie meteo-climatiche sulla fase primaria, infatti, ha avuto ripercussioni anche sul settore della trasformazione, visto che la crescita dei prezzi delle materie prime agricole ha superato quella dei prezzi alla produzione dell’industria alimentare. Un fattore che, in prospettiva, potrebbe risultare rilevante per gli equilibri all’interno della catena produttiva è l’evoluzione della domanda del consumatore finale in favore di una componente fair legata proprio ai rapporti di filiera. Il diffondersi tra i consumatori di un’attenzione per ciò che accade nelle relazioni lungo la filiera, per il suo legame con il territorio, per la sua diversa “lunghezza” e per la difesa di generali principi etici è ancora poco più di una tendenza emergente; ma se si trasformasse in una diffusa e convinta opzione di scelta, la capacità di dimostrare l’appartenenza a una filiera fair diverrebbe elemento di competitività in grado di produrre valore e attrarre l’attenzione delle imprese più forti in termini contrattuali, che in assenza di tali stimoli avrebberotutto l’interesse a mantenere lo status quo. Su 100 euro destinati dal consumatore all’acquisto di prodotti agricoli freschi, ne rimangono appena 22 come valore aggiunto ai produttori agricoli i quali, con quel valore, devono coprire gli ammortamenti e pagare i salari, ottenendo come utile 6 euro, contro i 17 euro che rimangono in capo alle imprese del commercio e del trasporto. Nel caso dei prodotti alimentari trasformati, dove la filiera si complica ulteriormente, l’utile in capo all’imprenditore agricolo, su 100 euro destinati dal consumatore all’acquisto di beni alimentari, è inferiore ai 2 euro. Non migliore è la situazione per l’imprenditore del settore della trasformazione alimentare: in questo caso, infatti, la maggiore quota del valore aggiunto è assorbita in misura più che proporzionale dai salari e altrettanto compresso risulta il reddito netto d’impresa, che ammonta a solo 1,6 euro; ben diversa la remunerazione netta per gli imprenditori dell’aggregato del commercio, distribuzione e trasporto che si mantiene a 11 euro”.

L’agroalimentare italiano è percepito in tutto il mondo ormai come una cultura, un’occasione di conoscenza e di esperienza. Il vino, l’olio e tutte le altre eccellenze godono di una fama di alta qualità, che rende il prodotto italiano un’esperienza da vivere, una tradizione e una cultura uniche al mondo. Anche per questo motivo l’Italia pur conservando il proprio patrimonio di civiltà deve ritagliarsi un ruolo da protagonista all’interno della comunità europea, la quale deve diventare sempre di più la famiglia degli Stati Uniti d’Europa

 

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